Dieci anni fa il terremoto in Emilia: il ricordo di chi prestò soccorso - Unione Pedemontana Parmense

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Dieci anni fa il terremoto in Emilia: il ricordo di chi prestò soccorso

Quelle due, maledette scosse di dieci anni fa gli hanno cambiato la vita. Nel maggio del 2012, Stefano Castagnetti, Franco Drigani e Graziella Serventi, oggi in forza alla Polizia locale e Protezione civile dell’Unione Pedemontana Parmense, si precipitarono a prestare soccorso alle popolazioni colpite dal sisma. Catapultati dall’oggi al domani in una dimensione drammatica, dove hanno vissuto un’esperienza umana e professionale impossibile da dimenticare. Un’esperienza dura, ma allo stesso tempo piena di umanità, che hanno deciso di rivivere in questi giorni, partecipando alle celebrazioni che si sono svolte a Mirandola e Concordia Sulla Secchia per ricordare la tragedia, che si è portata via 29 persone, ma soprattutto la forza di una comunità che ha saputo rinascere dalle macerie.
 

«Per la prima volta il sistema di Protezione civile dell’Emilia-Romagna si trovò a dover fronteggiare l’emergenza sul suo territorio e non a soccorrere altre popolazioni d’Italia, come accaduto, ad esempio a L’Aquila», ricorda Castagnetti, oggi geologo consulente della Prociv dell’Unione Pedemontana, che il giorno dopo la prima scossa, lunedì 21 maggio, partì per le zone più colpite tra cui San Felice sul Panaro, Finale Emilia, Sant’Agostino e Mirabello, nelle province di Modena e Ferrara. «All’inizio questo creò un po’ di smarrimento, ma poi ci fu la capacità di reagire. Il Municipio di Sant’Agostino era inagibile e venne poi demolito con l’esplosivo. Il Centro Operativo Comunale (COC, ndr), venne trasferito in un asilo e non c’era nulla, nessun accesso ai dati del Comune, nemmeno la carta intestata per redigere gli atti necessari». In quei luoghi, il geologo si occupò di studiare il fenomeno della liquefazione delle sabbie. «Un fenomeno inquietante e mai visto prima – spiega –, con sabbia che si era sollevata dal terreno e che in un garage aveva addirittura schiacciato un ‘auto sul soffitto. Ed è partendo da questi studi che sono state messe a punto delle nuove tecniche di progettazione degli edifici, applicate poi nella ricostruzione».
 

Nove giorni dopo, il 29 maggio, la terra tornò a tremare. «Sembrava di essere in uno shaker», ricorda il geologo che venne trasferito a Mirandola, una delle zone vicine all’epicentro della scossa, per supportare ai tecnici del Comune. Proprio qui Castagnetti si ritrovò con l’allora comandante della Polizia locale dell’Unione Val d’Enza Drigani, oggi alla guida degli agenti e della Protezione civile Pedemontana. «Ci furono delle vittime e Castagnetti ed io ci ritrovammo in una tenda a gestire una nuova emergenza – ricorda –. L’Ufficio di Coordinamento Regionale delle Polizie locali aveva attivato tutti i comandi per chiedere un supporto nelle zone colpite, ma c’erano anche agenti provenienti da Genova, Milano, Torino, carabinieri, finanzieri, poliziotti… insomma, c’erano proprio tutti. Per la prima volta venne utilizzato il sistema radio regionale che ci consentì di essere tutti in rete e coordinare meglio le operazioni di cui Mirandola era il fulcro – sottolinea –. Tante persone lavoravano 24 ore su 24 a testa bassa, e qualcuno poi crollava, addormentandosi sulla sedia. Come il sindaco di allora Maino Benatti, una persona eccezionale con la quale sono rimasto in contatto e che avevo invitato alle celebrazioni di San Sebastiano del 2017 per raccontare la sua esperienza. Gli amministratori e i tecnici del Comune, poi, dovevano garantire gli aiuti alla popolazione e, allo stesso tempo, provvedere alle loro famiglie colpite dal sisma e da lutti. Una situazione di stress permanente difficile da gestire». Il comandante si occupava, in particolare, di gestire l’acquisto di generi di prima necessità e mezzi, ma svolgeva e coordinava anche i pattugliamenti per evitare episodi di sciacallaggio, «fortunatamente molto limitati».
 

Negli stessi giorni, a una decina di chilometri da Mirandola, a Concordia sulla Secchia, c’era anche la geometra Graziella Serventi, arrivata dal Coordinamento nazionale della Protezione civile che si era insediato a Bologna dopo la seconda scossa. «C’erano alcuni comuni dai quali non si avevano notizie precise – racconta –, così mi venne chiesto di andare là ed è così che arrivai a Concordia, un paese grosso più o meno come Collecchio dove circa 1.200 famiglie erano state evacuate ed  il centro storico era diventato zona rossa. All’inizio il Municipio era in un gazebo, poi venne trasferito in un asilo, l’unico edificio pubblico rimasto agibile. Ed è lì che venne insediato il Centro Operativo Comunale».

La situazione a Concordia era veramente complicata: «C’erano diverse situazioni sanitarie difficili, diverse persone anziane non autosufficienti. Il sindaco, Carlo Marchini, non dormì per 10 giorni e il personale del Comune era sotto choc. Anche qui i soccorritori erano allo stesso tempo vittime. C’era un tecnico comunale, lo ricorderò sempre, che di notte si metteva a giocare a pallone intorno alla tenda, ininterrottamente. Era il suo modo per scaricare lo stress».
 

Serventi operava a supporto del COC: «Ci trovammo a dover rilevare i danni, ma senza i dati dell’Ufficio tecnico né i piani di Protezione civile, perché i server erano in Comune ed erano inaccessibili». Ad agosto Graziella si trasferì a Camposanto, dove si occupò di gestire un campo di accoglienza, e di quei mesi passati ad aiutare le popolazioni colpite dal terremoto conserva anche tanti bei ricordi. «Ho conosciuto persone fantastiche, come Ignazio Schintu, oggi direttore dell’Area Operazioni, Emergenza e Soccorsi della Croce Rossa Nazionale impegnato in Ucraina. Ho visto tanta disperazione ma anche tanta solidarietà, amore per il prossimo e voglia di ricominciare». Una voglia di tornare alla normalità che Drigani ha visto negli occhi commossi e pieni di lacrime degli abitanti di Mirandola il 30 agosto di 10 anni fa, quando nel paese modenese venne organizzata una “pre-fiera” del Prosciutto di Parma, con cosce coronate generosamente donate dai produttori parmensi. «Fu una festa meravigliosa – ricorda – e quando iniziò la musica si misero tutti a piangere. Ma non erano più lacrime di paura e terrore: erano lacrime di speranza, di chi si è ritrovato a vivere un momento di normalità». L’Emilia ce l’aveva fatta.

 

 


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